Alla ricerca di una sorella perduta – Looking for a lost sister

Di: giusepe

Giu 7 PM

Categoria: Italy, Life, Travel

3 commenti

Apertura:f/6.3
Lunghezza focale:21mm
ISO:100
Otturatore:1/100 s
Fotocamera:Canon EOS Kiss Digital X

Che sarebbe stato un viaggio complicato, lo ci si poteva anche aspettare, ma certo è che, iniziarlo con mia zia che apre lo sportello di dietro della macchina e colpisce lo specchietto di una macchina che stava passando, ha fatto sicuramente pensare al peggio.

Il viaggio in sé per sé, pieno di lunghissimi silenzi e decorato da stupendi paesini in cima ai colli che dal Lazio portano in Abruzzo, è stato lungo e stancante e ha visto la sua fine in una terra, una volta usciti dall’autostrada a Bari, completamente dimenticata da Dio: superstrada malmessa, vecchie Mercedes con vetri rotti, desolazione pura. Come se davvero Dio si fosse dimenticato di qualcuno qua.

Ma sarebbe un errore pensare che Dio, se proprio, si sia dimenticato anche di mia sorella. A questo ci ha pensato lei stessa. E vederla è stato un colpo incredibile. Ed emotivamente terribile. Mi aspettavo il peggio, me lo avevano descritto in tanti lo stato in cui avrei potuto trovarla e io, per essere preparato, al peggio avevo pensato. Non è servito a niente.

Si può essere messi peggio della Cristina che ho visto io, certo, e lei peggio di così lo è già stata, come mi spiegherà più tardi, solo che io non l’ho vista. E la sua faccia in lacrime e con quell’espressione rassegnata di chi non ha niente da dare e niente da ricevere, non me la dimenticherò più. Ed è quella espressione che mi ha spaventato. Non il cane, non il gesso sporco alla gamba, non le mani gonfie, non la carrozzella con cui si sta portando dietro la sua vita così leggera e inutile. Soltanto quell’espressione. Ed è per colpa di quella espressione che per due giorni non sono nemmeno riuscito a farle una fotografia. Per due giorni ho pensato di andare al Corso e, senza farmi vedere da lei, farle tante belle foto, in bianco e nero, mentre disegna, mentre fuma, mentre beve birra. E fotografare la tristezza che questi gesti portano con sé. Ma è quella espressione che mi ha spaventato e che non volevo fotografare.

«Come pensavi di trovarmi?» mi chiede Cristina a tavola, una volta che andiamo tutti insieme in un ristorante, con l’illusione di essere una normale famiglia a cena fuori. «Ti ho fatto pena?» No, Kristy, pena non è la parola giusta. Pena è quella che ho visto negli occhi della gente incrociata per strada, spingendoti nella tua carrozzella per tutta Lecce, tentando di sistemare la tua situazione presente, sentendo da te il tuo triste passato e tentando di ricostruire un improbabile futuro. Quella è pena. Perché si ha pena solo per chi non si conosce, solo per quelle persone abbandonate, povere e senza nessuno. Per loro provo pena. Per te, Kristy, provo solo una grande e profonda delusione.

Delusione che mi ha portato a non abbracciarla e baciarla, come hanno fatto invece mio padre e mia zia, appena l’abbiamo vista per la prima volta. Ma che comunque mi ha permesso di rimanere fuori con lei, almeno per una birra, almeno per una sera. Ci farò poi le 3 e mezzo di mattina, a parlare, ad implorarla, a capire, a sfogarsi e a fare quello che in tutti questi anni non abbiamo mai fatto: il fratello e la sorella. E per un attimo, il bere birra insieme, ridere e scherzare con gente sconosciuta, mi riporta ad un passato in cui era ancora possibile fare queste cose insieme. Tutto questo prima di una lacrima che non riesco a trattenere e che Cristina mi asciuga con le sue mani gonfie e che mi fa sentire come quel ritratto che aveva iniziato a farmi ma che poi non se l’è sentita di finire.

Ritratto che poi riuscirà a farmi, la sera dopo, dopo una giornata, la seconda a Lecce, emotivamente e fisicamente straziante, in cui Cristina non si vergogna assolutamente a farci vedere qual’è la sua vita attuale: passiamo davanti alle case abbandonate in cui dorme, chiede spiccioli e sigarette a chiunque incontriamo per strada e beve la birra che, già di prima mattina, si è portata dietro. C’è un momento in cui, aspettando “la signora di Lecce” che tanto ha aiutato Cristina e che grazie a lei siamo riusciti a trovarla, Cristina si addormenta e muove inconsciamente la mano nel tentativo di toccare qualcosa che non c’è. Lo fa per tre volte, quasi per avere la certezza che quello che sta cercando davvero non esista.

Poi se ne va, preoccupata solo per il cane e i suoi ritratti lasciati in affidamento a persone di cui non si può fidare, ed io, allo stremo delle forze e al limite di una pazienza davvero portata a limiti sconosciuti, le dico che può andare benissimo a vivere la vita che sta vivendo. E parlo come se pensassi davvero di dirle la verità, quello che davvero penso.

Io dopo due giorni a giro per tutta Lecce, spingendola in carrozzella, mi sento sfinito ma sono anche consapevole che è questo il prezzo che dovevo pagare, il prezzo per aver passato tutti questi anni senza di lei. Ma se è questa la pena che dovevo scontare, se è questo il limite a cui dovevo arrivare, è anche giusto ammettere che ne è valsa la pena. Dopo una mattinata in cui non ha bevuto nemmeno una birra ed è venuta con noi a sistemare l’ultimo ed ennesimo problema creato, ho capito comunque che Cristina è ancora viva. Sotto tutte le botte che ha preso, sotto non so quanta droga presa, sotto chissà quali umiliazioni, sotto anni vissuti senza una dignità, sotto litri di birra e sotto tutta la merda in cui è stata messa e, quel che è più grave, sotto quella in cui ci si è messa da sola, nessuno è riuscito a distruggere, e lei stessa ancora non è riuscita a cancellare, quella piccola luce che solo le piccole stelle riescono ad emanare, quella luce che le esce dagli occhi, dal sorriso e da quella vocina un po’ cretina da bambina che sempre ha avuto. Luce che le viene fuori solo quando disegna. E che è venuta fuori solo oggi, nell’ultima mezzora che io e la zia le abbiamo voluto dedicare, con lei impegnata a disegnare un folletto nel quadernino che ho dedicato alla sua futura nipotina e con io che finalmente riesco a fotografarla, con tutti i suoi tanti difetti e quei pochi pregi che solo oggi sono riuscito a notare.

Cristina è viva, esiste e ancora non si è spenta. Per quanto rimanere accesa adesso, però, dipende solo da lei.

 

We could expected it to be a difficult journey, but it’s sure that, starting with my aunt that opened the door of our car and crash the mirror of a passing car, only made me think of the worst.

The trip per se, filled with long silences and decorated with wonderful villages on the hills that from Lazio lead to Abruzzo, has been long and tiring and ended, once we left the highway in Bari, in a god-forsaken land: ruined streets, old Mercedes cars with broken windows, pure desolation. As if God really forgot someone here.

But it would be a mistake to think that God, however, forgot my sister. She did that on her own. And seeing her was a big shock. And emotionally a terrible experience. I was expecting the worst, everybody described me the shape which I could have find her in and, to be ready for this, I was thinking of the worst. It was still to no avail.

One can be worse off than Cristina that I saw, of course, and she’s been worse than that, as later she’ll explain to me, it’s just that before I didn’t see her. Her face in tears and that resigned expression of who has nothing to give and nothing to take, I’ll never be able to forget. It’s that expression that scared me. More than the dog, more than the dirty plaster on her leg, more than her swollen hands, more than that wheelchair on which she’s carrying her light and useless life around. And because of that expression I couldn’t take a photo of her for whole two days. For the same two days that I spent thinking of going to the main Corso and, without her noticing me, take a lot of photos of her, in black and white, while she’s drawing, smoking, drinking beer. Photographing the sadness that is in all these gestures. But it’s that expression that scared me most and that I didn’t want to photograph.

«How did you expect to find me?» Cristina asked me at the table, once that we went all together in a restaurant, with the illusion of being still a normal family dining out. «Did I make you fell sorry for me?» No, Kristy, pity is not the right word. Pity is what I saw in the eyes of the people I met on the street, pushing your wheelchair all around Lecce, trying to fix your present situation, listening to your sad past and trying to built a new future for you. That’s pity. Because you fell sorry only for people you don’t know, for abandoned, poor and really lonely people. I feel sorry for them. For you, Kristy, I only feel a big and deep disappointment.

Disappointment that brought me to be the only one who didn’t hug and kiss her, as my father an my aunt did, the very first time we saw her. But that anyway allowed me to go out with her, at least for a beer, at least for a night. I stayed out with her until 3 and a half in the morning then, talking, begging her, understanding her, letting lose of ourselves, doing what we didn’t do in all these years: to be a brother and a sister. And for a while, drinking beer together, smiling and joking with unknown people, took me back in a past where all of this was still possible to do. Just before a tear that I couldn’t keep inside and Cristina dried with her swallen hand and that made me feel as that portrait of mine that she started to draw but later didn’t feel like finishing.

That portrait that then she was able to make, in the end, the following evening, after a day, our second one in Lecce, emotionally and physically agonizing, where Cristina didn’t feel any shame to show us her current life: we walked nearby the abandoned houses where she lives, she was asking money and cigarettes to everyone we meet on the way and she was drinking the same bottle of beer she brought with her since the same morning. There was a moment when, waiting”the Lady of Lecce”, that nice woman that helped Cristina a lot and thanks to her we were able to find her, a moment when Cristina fell asleep and was moving unconsciously her hand in the attempt to touch something that wasn’t there. She did so for three times, as to make sure that what she was looking for really didn’t exist.

Then she went away, worried for her dog and her drawings left with people that she can’t trust, and me, exhausted and with my patience at the very end, saying to her that she can feel free to go to live her life. And I was talking as if I really meant to say the truth, to tell her what I really though.

After two days spent around Lecce, carrying her on a wheelchair, I felt exhausted but also conscious that this was the price I had to pay, the price to have lived all this years without her. But if this was the punishment I had to serve, if this was the limit where I had to arrive to, it’s also right to say that it was worth it. After a morning where she didn’t touch a single bottle of beer and came with us to fix the last of the problems she had created, I understood that Cristina is anyway still alive. Under all the beatings she received, under I don’t even know how much drug she assumed, under god only know how many humiliations, under years spend without a dignity, under liters of beer and under all that shit where she’s been put and – what what’s worse – she put herself in, nobody was able to destroy and even herself couldn’t cancel that small light that only small stars can emanate, the same light that comes out of her eyes, out of her smile and out of that a-bit-stupid childish voice that she had always had. Light that you can see only when she’s drawing. And I saw it only today, in the last half an hour that me and my auntie wanted to dedicate to her, while she was busy drawing a small elf in the small notebook that I’m keeping for her future little niece, that I was  finally I  able to take a photo of her, with all her numerous defects and those few qualities that only today I was able to notice.

Cristina is alive, exists and she’s not yet been switched off. For how long she will shine her light, now that depends only on her.

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3 commenti su “Alla ricerca di una sorella perduta – Looking for a lost sister”

  1. Giuse …… ti abbraccio forte. Non ne sapevo niente e sono rimasta a bocca aperta. Un abbraccio davvero dal cuore. Sei veramente una bella persona. Ciao

  2. Quando morì vostra madre volevo scrivervi una lettera per farvi sapere quanto la cosa mi toccasse nel profondo, ma non lo feci mai per il rispetto che provavo nei confronti del vostro dolore. Avevo perso di vista Cristina andando alle medie, le nostre strade si erano separate ma la ricordavo sempre con affetto e fui tentata di buttar giù una lettera che ad ogni capoverso faceva fatica ad andare avanti. Non volevo sembrare inopportuna.
    Quanti pomeriggi avevo passato con Cristina a giocare a casa vostra. Quante volte eravamo andati al giardino insieme. Cinque anni passati con lei alle elementari, eravamo state persino compagne di banco. Mi imbambolavo per minuti interi nel vederla disegnare, io che non riuscivo a tenere in mano nemmeno una matita. Lei creava, sognava ed io l’ammiravo incondizionatamente. Sarebbe diventata una affermata pittrice, mi dicevo.
    Per anni non l’ho più vista nel quartiere, pensavo di fosse trasferita altrove come fanno in tanti alla ricerca di fortuna. Poi ho ritrovato Giuseppe e con lui la storia di Cristina. Non ci sono parole per dire quanto mi dispiace. Cristina non doveva finire così, non lo meritava. Penso a vostra madre e al bene che vi voleva e non mi so dare pace. Cristina torna a casa, non sei sola, c’è tuo padre che ha bisogno di te ed un fratello che tende la sua mano per non farti cadere ancora più in basso. Ci può essere una vita migliore, lo sai, devi solo volervo. Ti prego, fai qualcosa per te stessa.
    Con affetto, la tua compagna di banco Nicoletta

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