Di un’insana bellezza – Such insane beauty

Di: giusepe

Giu 7 PM

Categoria: Music

1 Commento

Fazıl Say. Un genio.

E pensare che io avrei preferito stare a casa a guardarmi un’imbarazzante Italia-Russia. Ma poi l’idea di passare la nostra prima serata senza Sofia a Cankarjev Dom per un concerto di musica classica l’ha avuta vinta. E meno male. Il vestirsi bene, farsi eleganti per una sera, non è mai stato così importante per una volta. Per un concerto in cui è valso veramente la pena andare e di cui non sapevo niente.

Quando Fazıl Say sale sul palco sembra troppo piccolo per la giacca cinese che indossa, troppo basso per il piano che ha davanti, quasi come se fosse stato vestito dalla sua mamma, che lo ha pregato di fare il bravo per l’ennesima occasione. E quando si mette a sedere aspettando il suo turno, sembra effettivamente fuori luogo, spaesato, si guarda a giro con sguardo sospettoso, ingobbito, come un Quasimodo insicuro che si vergogna del proprio aspetto davanti a persone diverse da lui. Come un bambino che non ha fatto i compiti e non sa come fare a dirlo alla maestra. E la maestra ha la forma di una direttrice d’orchestra dallo sguardo severo che non aspetta altro di sentire cosa Fazıl abbia da dire. E lui, attraverso una tastiera mai così piccola e limitata, sputa fuori tutto quello che ha da dire.

Suona con forza, passione, potenza, rabbia, dolore, innovazione, magia. Poi si ferma, lascia lo spazio all’orchestra, ma non aspetta altro che sia di nuovo il suo turno e già pensa (lo si può vedere chiaramente) a come far arrabbiare di nuovo la maestra, a come andare oltre ai compiti che gli sono stati affidati. E quando gli viene dato il via, batte i piedi in terra, mugola, canticchia le sue stesse note, si concede il lusso di fare quello che vuole davanti ad una maestra di cui ha però paura di guardare in faccia. Quando non suona, sembra soffirne. Quando suona, sembra gioire di un dolore ancora più forte.

Il suo guardarsi intorno, come alla ricerca di un amico immaginario che lo ha seguito dalla Turchia, il suo osservare la gente in prima fila, il suo invito con la mani a lasciare che il piano faccia ciò che lui stesso, un attimo prima, gli ha detto di fare, il suo modo severo di strizzare gli occhi, il battito dei suoi piedi a terra. Autistico è come lo ha definito la madre dottore di Miha; pazzo è la parola che Andrej, psicologo, continua a bisbigliare nell’orecchio di Lucija, accanto a me. E quelli descritti sono tutti segni di un autismo e una pazzia che io non vedo.

Nell’esecuzione solista di Kara Toprak (Terra Nera) sento la durezza della Turchia, vedo la Istanbul in bianco e nero descritta da Orhan Pamuk, capisco il significato di hüzün, sento la bellezza che si nasconde in una sofferenza mai così bella. Solo un pazzo può non sentire o vedere queste cose.

Foto tratta da fazilsay.com

Fazıl Say. A genius.

And to think that I would have preferred to stay at home watching an embarrassing Italy-Russia match. But then the idea to spend the first evening out without Sofia at Cankarjev Dom for a concert of classical won out. Thank goodness. Dressing up for this one night, has never been so important for just this once. For a concert that was really worth to be seen and which I knew nothing of beforehand.

When Fazıl Say comes up on the stage he appears too small for the Chinese jacket he is wearing, too short for the piano he has in front, almost as if he was dressed by his mother that begged him to be a good boy for this occasion. And when he sits waiting his turn, he really seems out of space, confused, he looks around with a suspicious gaze, hunchbacked, as an insicure Quasimodo ashamed of his aspect in front of people so different from him. Like a child that didn’t do his homework and doesn’t know how to explain it to the teacher. And the teacher of the moment is an orchestra leader with a severe look who can’t wait to hear what Fazıl has to say. And through a keyboard never so small and limited he screams out all he keeps inside.

He plays with strength, passion, power, rage, pain, innovation, magic. Then he stops, leaves the place to the orchestra, but he can’t wait for his turn already thinking of (you can clearly see it) how to make the teacher angry, how to show even more than the homework that has been assigned to him. And when the start signal goes off, he stamps his feet, whimpers, hums his own notes, he indulges himself into whatever he wants in front of the teacher he’s afraid to look at. When he doesn’t play, he suffers from it.When he plays, he seems to be enjoying in an even stronger pain.

His watching around, as if looking for an imaginary friend that follwed him from Turkey, his observing people in the front row, his invitation with hands to let the piano do what, just moments before, he told him to, his severe way of rolling his eyes, his stamping his feet. Autistic is how Miha’s mother, a doctor, defined him; insane is the word Andrej, a psychologist, whispers in Lucija’s ear, next to me. All those symptoms of autism and  insanity that I don’t recognize.

In the solo preformance of Kara Toprak (Black Earth) I feel the harshness of Turkey, I see the black-and-white Istanbul described by Orhan Pamuk, I understand the meaning of hüzün, I feel the beauty behind never-so-beautiful suffering. Only an insane person could not feel or see it.

Picture taken from fazilsay.com

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Un commento su “Di un’insana bellezza – Such insane beauty”

  1. Ciao Giuseppe, bella scrittura e bellissimi pensieri, in questo tuo articolo.


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